pankh\’s

December 7, 2005

val di susa

Filed under: logica, Uncategorized — pankh @ 5:27 pm

mi hanno girato questa mail e mi pare buono pubblicarla.
stanotte la polizia ha picchiato.
Vi giro, con preghiera di massima diffusione.

Ciao,

scusa se ti invado la posta con questa mail ma ho bisogno di una mano per
uscire da una situazione paradossale, degna veramente di un film
dell’orrore.

Come forse sai vivo in Valle di Susa, la valle di cui la televisione sta a
tratti parlando per la vicenda del Tav.

Ci hanno dato addosso televisioni e giornali come se fossimo degli
imbecilli, senza che però mai nessuno dicesse come stanno le cose veramente.

Io sto provando a mandare in giro delle mail, con un testo abbiamo ha
preparato per spiegare un po’ come stanno le cose, ti prego se puoi leggila.

Ne resterai schifato.

Sono tutte informazioni vere, prese da documenti ufficiali, giornali e siti
web.

Se puoi girale a tutti quelli che conosci, so che non è bello chiederlo,
però purtoppo la mail è il solo strumento che ci rimane per far capire come
stanno veramente le cose.

Un grazie veramente di cuore, per quello che riuscirai a fare.

- – - – -

Qui viviamo con gli scarponi ai piedi anche in casa. Viviamo sbirciando
dalla finestra quanti mezzi della polizia sono intorno a noi e quanti stanno
andando a raggiungere “il fronte”.
Viviamo costretti a dare i documenti per andare a casa nostra. Viviamo con
telefoni accesi e sorvegliati. Viviamo schedati, scortati, blindati. Ma
soprattutto, viviamo con gli scarponi ai piedi anche in casa per dare il
cambio a chi da giorni resiste nella neve e per accorrere alla chiamata di
chi sta difendendo le barricate, ogni volta che provano a sfondare per
tentare di far partire i cantieri più inutili della storia d’Italia. Non li
fermeremo? Questo non lo sappiamo, ma almeno potremo testimoniare.

Sono anni che ci nascondono la verità, che ci infangano e ora, come se non
bastasse, ci hanno anche umiliato pubblicamente definendoci terroristi e
nemici dell’Italia.

E’ per questo che, traditi dalle stesse persone che ci rappresentano,
insultati dai mezzi di informazione, ci rivolgiamo a voi personalmente,
facendo appello alle vostre coscienze, perché questo è l’ultimo mezzo che
abbiamo per far sentire la nostra voce vera e per difendere quel poco di
democrazia che è rimasta.

Siamo il cosiddetto popolo no tav. Quei rompiscatole, bollati come nemici
dello sviluppo, che si battono perché, a detta dei nostri ministri, non
hanno nulla di meglio da fare.

No signori, le cose non stanno così, vi prego credeteci, le cose non stanno
così.

Dietro il no tav non c’è la protesta contro il progresso, ma c’è la precisa
protesta contro uno specifico progetto suicida.
Un progetto deciso a tavolino che ha deliberatamente ignorato tutte le
alternative possibili che in questi anni abbiamo fornito e che
consentirebbero la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità
senza questo folle disastro ambientale.

Il motivo di questa mail è semplice quanto triste.

Stiamo cercando di far emergere la verità che sta dietro a quest’opera, e
crediamo purtroppo anche ad altre opere italiane, nonostante i ripetuti
sforzi di alcune testate giornalistiche e televisive di distogliere
l’attenzione dalla realtà delle cose per difendere gli interessi enormi di
poche, importantissime persone.

Quello su cui vi invitiamo a riflettere è semplicemente questo:

Perché nessuno sulle testate nazionali, che si definiscono super partes, ha
ancora detto come stanno realmente le cose? Perché continuano a dipingerla
come una lotta di contadini contro lo sviluppo? O peggio ancora come una
volontà di isolare l’Italia.
Perché nessuno ha ancora parlato con chiarezza dei reali interessi economici
in gioco?
Perché gli studi ufficiali sulla pericolosità spariscono all’improvviso nel
nulla?
Ma soprattutto diteci vi prego, perché, anche in sede europea, non vengono
vagliati progetti alternativi, che passerebbero sempre di qui ma senza fare
il tunnel killer?

Purtroppo le risposte a queste domande ci sono eccome.

Sono nero su bianco, su documenti ufficiali, archiviate e prontamente
occultate.
E la cosa più umiliante è che chi le conosce bene ed ha la possibilità di
parlarne non lo fa. Non lo fa per interesse e non lo fa perché comunque è
letteralmente imbavagliato, da interessi che stanno troppo su per poter
essere attaccati.

Noi invece abbiamo una forza che loro non hanno: non abbiamo più nulla da
perdere.
Tanto cosa dovremmo fare? I ministri ci insultano, chi tutela le istituzioni
ci tradisce, chi si dovrebbe opporre tace, e chi è preposto a raccontare i
fatti dipinge con devozione verità distorte.

Solo questa via c’è rimasta. Informare di persona. Cercando di far conoscere
ciò che sta nero su bianco e che viene nascosto. Informare di persona.
Attingendo unicamente a documenti e dichiarazioni ufficiali e documentate. E
invitando a riflettere su quanto sia emblematica la concordia dei mass media
nel distogliere l’attenzione dai reali interessi economici in gioco.

E’ per questo quindi che vi rubo ancora qualche secondo di attenzione. Per
darvi i link ove potrete iniziare a saperne di più riguardo quest’opera.

Vi prego, consultateli, non lasciateci soli a combattere contro Golia.
Perché scoprirete anche che fine stanno facendo i nostri soldi senza che se
ne sappia nulla. Vedere chi c’è dietro a tutto ciò è sconcertante, ma forse
si riuscirà a capire perché i giornali non vogliono o semplicemente non
possono ancora raccontare tutto.

Come forse qualcuno saprà il nodo cruciale della questione per noi NON E’ la
realizzazione del corridoio cinque. Noi non ci stiamo opponendo al corridoio
cinque. Lo abbiamo detto anche in diretta tv (ambiente italia). E abbiamo
detto chiaramente anche che non vogliamo che il treno non passi da noi per
farlo passare sulla terra di altri. Sappiamo che il treno deve passare. Non
ci opponiamo a un treno. Sappiamo di essere nel 2005. La smettano di dirci
che siamo cretini che vogliono isolare l’Italia!

Quello a cui ci opponiamo sono i due tunnel killer che si vogliono
realizzare.

1 – Perché sono un disastro ambientale

2 – Perché dietro c’è un progetto che fa vergognare di essere italiani.

Come saprete gli scontri stanno avvenendo per opporsi alla realizzazione del
tunnel italo-francese, Ci hanno insultati dicendo che non capiamo che il
tunnel evita danni all’ambiente. Ci hanno dato degli stupidi. Ma. non viene
il sospetto che qualcosa non sia chiaro se ci opponiamo a un tunnel
chiedendo a gran voce di rivedere il progetto.

Ecco la verità.

Ecco qui di seguito link alle informazioni che sono misteriosamente sparite
da tv e giornali.

Se non riuscite a ciccare direttamente sui link, copiateli e incollateli
nella barra indirizzi del browser.

A spartirsi il grosso della torta saranno due ditte, una per la Francia e
l’altra per l’Italia.

Ecco chi c’è dietro, seguite tutti i link che vi elenco qui sotto

http://www.notav.it/modules.php?name=News&file=article&sid=799

Questo è il versante francese. vi siete mai chiesti perché in tv fanno
vedere solo francesi sorridenti che vogliono il tgv mentre in realtà sono
già partite numerose proteste per i danni alle dovuti agli scavi. chi mai
avrà interesse nel far vedere che in Francia sono favorevoli.

http://www.notav.it/modules.php?name=Encyclopedia&op=content&tid=2

notate il curriculum da sant’uomo che si è preparata e poi fate un salto
alla sezione “dicono di lui” in fondo a quella pagina e capirete molte cose

E per il versante italiano questa è la ditta incaricata dei lavori qui a
Venaus.

http://www.notav.it/modules.php?name=News&file=article&sid=789

vi suona nuova. non credo. guardate qui…

http://www.cmc.coop/article.php?sid=119&mode=thread&order=0&thold=0

Viva l’Italia! E’ questo il vero scandalo legato al tunnel!
Asse trasversale come ai vecchi tempi pur di mangiare tutti dallo stesso
piatto!
Bentornati nell’Italia dei faccendieri!

E ovviamente interessi da parte di chi poi ci mette macchinari, tecnologia
ecc. ecc. Insomma una fetta bella grossa di soldi, lo ripeto solo in parte
europei, da spartirsi secondo un piano preordinato già da tempo.

Adesso si capisce perché anche le testate giornalistiche, inutile parlare di
quelle televisive, solitamente schierate su posizioni opposte si sono
ritrovate d’accordo nel condannare il popolo no tav. Ecco perché soltanto
alcuni quotidiani, non legati a schieramenti o imprese che hanno interessi
economici nella vicenda, hanno conservato una certa obiettività nel
raccontare i fatti.

Politici che si accalcano a bollarci come nemici del progresso, come
terroristi! Da destra e da sinistra, ma non sorgevano alcuni sospetti.
cavolo! Ed ecco la verità, schifosa e sconcertante come sempre!

Ora capite perché i progetti alternativi al tunnel che chiediamo con forza
sono sempre stati bollati come non realizzabili. Non c’era nulla da
spartirsi! L’adeguamento della linea attuale costerebbe molto meno del
tunnel e lo si realizzerebbe in molti meno anni, quindi, perché farlo? Cosa
ci dividiamo se la torta è piccolina!

E noi a ripetere. Lo sappiamo che il treno dovrà passare. Decidiamolo
insieme il tracciato. Le conosciamo bene le caratteristiche geologiche delle
montagne. E invece no! Il tracciato è questo si fa il tunnel punto e basta.
L’uranio, l’amianto, l’instabilità della montagna (le stesse gallerie
dell’autostrada stanno franando lentamente). affari vostri. A noi per ora
interessa aprire i cantieri. Anche solo per far girare una trivella a vuoto.
Almeno cominciamo a prendere i soldi. Poi si vedrà.

Ora capite perché ci sentiamo umiliati e traditi!

Ma invece di ascoltarci:

1 – Si sono spartiti equamente la torta
2 – Hanno invaso la valle di militari per portare i macchinari
3 – Ci impediscono anche la mobilità all’interno delle stesse aree dove
abitiamo.
3 – Hanno iniziato la più vergognosa delle campagne diffamatorie. Italiani
contro Italiani!

Stanno martellando a più non posso sui media dicendo che noi non vogliamo
che il corridio 5 – Non vero, chiediamo da anni di approvare i progetti
alternativi che tengano conto dei pericoli ambientali

Ci hanno bollato come nemici dell’Italia – E noi proponiamo progetti che
farebbero risparmiare letteralmente miliardi

Come irresponsabili – Mentre loro partono a trivellare l’Uranio

E tutto ciò, ovviamente, non solo sulle tasche ma anche sulla pelle della
gente.

Su questi link ci sono alcuni dati significativi sulla pericolosità
dell’opera.

http://www.beppegrillo.it/immagini/Nota%20Vigili%20del%20Fuoco%20di%20Torino

.pdf

Questo riguarda la seconda galleria, quella al fondo della valle verso
Torino

http://www.notav.it/allegati/DocUff/Gays_amianto.pdf

E ancora…

http://www.osservatoriosullalegalita.org/05/interventi/068notavmedia.htm

Ne riportiamo solo tre, e ce n’è già delle belle, ma se voleste
approfondire, sempre dal sito no tav trovate numeroso altro materiale
riguardante l’impatto ambientale.

Per sapere quanto vi prendono in giro.

I soldi ci sono dicono…

http://www.notav.it/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=5

L’opera è fondamentale…

http://www.notav.it/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=3

Gli anni di studi e proteste taciuti!!!

http://www.lunanuova.it/servizi/tav/index.html

Le manifestazioni prontamente “ridipinte” dalla stampa nazionale

http://www.lavalsusa.com/giornale/2005-11-16_tav/Manifestazione%20del%2016-1

1-2005.htm

December 6, 2005

Metropoli globale

Filed under: logica — pankh @ 10:45 am

Metropoli globale
Forme urbane e funzioni del capitale
Emiliano Laurenzi
“Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per
l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla
malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli
e a comprenderli; è il momento disperato in cui si scopre che
quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno
sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo
incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il
trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della sua lunga rovina”
- Italo Calvino [Le città invisibili, Mondadori 1993]
Mentre le Twin Towers cadevano, avvolgendo nella polvere e nei detriti tutta Manhattan, noi siamo rimasti impauriti e sbigottiti. Vedevamo l’immagine della metropoli ridivenire una forma, ridivenire materia. E farlo per mezzo della violenza.
L’emergere di una componente materica e formale dal cuore della città dalle mille luci è stato un dramma sociale perché ha segnato con forza, nell’orizzonte delle rappresentazioni collettive, il riemergere del rimosso: l’incrocio tra irrazionalità e politica che fonda l’abitare urbano.
La città che si difende col fuoco dalle tenebre, ha visto il fuoco generare le tenebre nel suo stesso cuore. Il crollo del duplice tempio della globalizzazione economico finanziaria ha significato il disvelamento, di là dalle vecchie metafore architettoniche della tarda modernità, del carattere funzionale della metropoli. Oltre la sedimentazione urbanistica, devastata nei suoi stessi presupposti simbolici, è emerso infatti il carattere di funzione che la metropoli svolge rispetto al capitale
Non è semplice riordinare le suggestioni e l’articolazione di un pensiero sul destino della metropoli e sulla musealizzazione delle sue macerie, assurte nella celebrazione del lutto al rango di monumento. Dalle ceneri delle Twin Towers, infatti, sono emerse le rovine della metropoli, del suo essere stata uno spazio organizzato secondo forme, un luogo abitato. Come in ogni rivelazione, quello che abbiamo visto andava oltre quello che stavamo percependo.
Le rovine delle Torri Gemelle sono il luogo di numerose precipitazioni, reali e simboliche. Una parte residua dell’armatura d’acciaio, che in un primo tempo aveva resistito, è stata ricostruita come si ricostruiscono i templi antichi nei siti archeologici. Le stesse macerie sono state fatte oggetto di speculazioni economiche ed in parte monumentalizzate. Due travi d’acciaio che si intersecavano sono state additate come la Croce, riesumando fantasmaticamente una civiltà cristiana ed urbana del primato della ricchezza, della trasformazione del sangue che redime in denaro che rende. Le speculazioni sulla destinazione d’uso del luogo sono iniziate prima ancora che si iniziasse la guerra.
Le macerie, la croce, la polvere che ricopre la città: la morte della metropoli come forma dello spazio e il rimanere come funzione. Con una serie netta e repentina di situazioni e di immagini si passa definitivamente dalla percezione sociale globale della funzione urbana come luogo d’interazione, all’affermazione del carattere funzionale dello spazio metropolitano, al suo essere una manifestazione concreta e relazionale delle dinamiche che muovono la teologia del capitale. A rendere drammatico questo passaggio di paradigma, la violenza e la fusionalità, simbolica e materiale, con cui si compie l’operazione. Assieme alle strutture che sostenevano l’edificio, infatti, si sciolgono i corpi dei suoi abitanti. I corpi si fondono con l’edificio crollato; quel che resta è un corpo impastato, fusionale, un corpo che scompare in se stesso. Le forme vive dell’interazione sociale spariscono assieme alle forme architettoniche. È una rappresentazione potentemente perturbante perché fa emergere la fine storica della metropoli come luogo in cui lo spazio assolve ad una funzione mediatrice e rappresentativa, in cui i conflitti sociali e politici si sedimentano nelle strutture. Si afferma con potenza, oltre la distruzione stessa degli edifici, l’estendersi dei processi capitalistici che stanno portando definitivamente la metropoli sotto il dominio del mercato, sin negli interstizi della vita individuale dei milioni di abitanti che ci vivono.
Le Torri che crollano, in un attimo ci ricordano che la metropoli era una forma. L’avevamo dimenticato perché è diventata altro, è diventata funzione del capitale. Le sue strutture materiali sono la manifestazione dei principi che governano la teologia del capitale. Sono un residuato materiale di un processo di deterritorializzazione potente, che investe tutte le forme della vita collettiva ed individuale.
La crisi planetaria delle forme di vita sociali trova una delle sue manifestazioni più acute proprio quando la città cessa di essere prevalentemente uno spazio fisico all’incrocio tra dimensione pubblica, conflitto sociale ed agire politico e viene incorporata nelle dinamiche del mercato globale, in quell’area inestesa ed ubiqua, pulviscolare ed ipercomplessa, dove il mainstream sociale del capitale esercita il suo potere, dove la teologia del capitale squaderna la rappresentazione del proprio credo economico. L’idea di metropoli come luogo di compensazione e giustizia, di scontro e confronto, di costruzione dialettica tra politica e mercato, si scioglie all’interno del funzionalismo economico che sostiene il capitale nella sua versione postmoderna, senza per altro avere alcun finalismo. L’inettitudine delle politiche amministrative, il collasso dell’urbanistica, il fallimento della pianificazione. Le categorie sociali e politiche della tarda modernità cessano definitivamente di rappresentare l’orizzonte evolutivo metropolitano. Tra il fallimento di queste dinamiche di governo (riconducibili in parte al vecchio welfare) e l’affermazione dei modelli d’impresa territoriale, viene a mancare la strutturazione sociale e spaziale della città stessa. L’operazione preliminare di ogni dinamica del capitale, ovvero la sottrazione, è data.
Il mercato, sviluppatosi prima come parte della città, poi come elemento dialettico tra società e capitale mediato dalla politica, assimila oggi la metropoli all’interno di una semiosi globale, asservendola ad una moltitudine di funzioni riconducibili alla pervasività della teologia del capitale stesso ed al di fuori di qualsiasi processo di tipo dialettico.
La catalizzazione di questo processo trae forza dall’ipercomplessità delle relazioni sociali e di quelle tecnologiche, attraverso i linguaggi e le pratiche del consumo. L’incrocio di queste due dimensioni sfocia in quella sorta di ambiente denso che è l’infosfera comunicazionale. Questo processo si genera a partire dalla privazione, precondizione per l’affermazione del capitale, relativa alla sedimentazione di strutture. Nasce e si sviluppa così quella che alcuni chiamano Telopoli, la metropoli planetaria immateriale della comunicazione e della distanza. La rete come metropoli funzionale, ambiente virtuale di costruzioni sociali che viaggiano nel tempo e non più nello spazio.
La via di comunicazione era la strada e la rappresentazione spaziale (dall’acropoli alla necropoli, dalla piazza alla caserma, dalla chiesa al palazzo signorile, ecc., attraverso le molteplici scritture urbanistiche succedutesi nei secoli) richiamava un uso politico dello spazio. Il legame tra quest’uso e la storia della democrazia come costrutto socio-politico, trovava la sua chiave di volta nella forma urbana. Parigi, ultima grande capitale della modernità, nel suo stesso essere manifesto di un’epoca e di una cultura, nel suo divenire mappa della vita intellettuale e sociale, aveva spinto all’estremo limite le possibilità di questa manipolazione dello spazio. L’intrusione del mercato e della tecnologia nella forma del vetro e dell’acciaio, dei passages benjaminiani, della torre Eiffel (l’effimero che si musealizza, al contrario del padiglione di cristallo ed acciaio dell’esposizione universale di Londra, città già molto più spinta verso forme d’organizzazione sociale determinate dal mercato) segnalano già l’emergenza di un modello di metropoli che troverà in New York l’effige più che la forma, l’immagine più che la struttura. Fritz Lang ne rimarrà talmente colpito da concepire la sua Metropolis proprio alla vista della skyline newyorkese. Nasce la metropoli figlia del capitale e si iniziano a sperimentare nuove forme d’interazione.
Le città statunitensi, in questo, hanno sin da subito manifestato la loro genesi capitalista. Un paradigma sociologico come il funzionalismo, infatti, è nato e si è sviluppato appunto negli Stati Uniti, proprio perché quella realtà metropolitana - diversamente dalle città europee o da quelle storiche presenti nel resto del mondo - è stata da subito governata, e senza intralci, dal capitalismo nella sua forma più diretta e chiara.
Lo stesso conflitto viene incanalato nelle dinamiche privatistiche e liberalizzatrici del capitale. Le prime gang urbane nascono nelle metropoli americane nell’opposta tensione tra logiche del profitto e sottrazione di spazi sociali pubblici.
Se le città europee si sono modellate in secoli di guerre e distruzioni, conservano ancora le vestigia della loro dimensione formale, sociale ed architettonica (i centri storici, le piccole città, le città monumentali, le rovine dell’antichità, i paesi rurali, ecc.), New York era la manifestazione compiuta della metropoli in quanto funzione del capitale. Le metafore materiali, la sua skyline intreccio di edifici che si sposa all’aria, erano, più che sostanza, immagine e funzione dei processi che dal capitale si generano e pervadono l’immaginario. Spettacolo, tecnologia, emotività, arcaicità e rimozione avevano già trovato in King Kong una loro rappresentazione spettacolare, con al centro l’Empire State Building. Forse, però, ormai oltre la società dello spettacolo, la pervasività del ruolo funzionale della metropoli è proprio uno dei fenomeni di deterritorializzazione sociale e politica che si manifestano nella semiosi del capitale. Nella rappresentazione filmica, Jena Plinski in 1999 Fuga da New York, era già l’eroe che attraversa una metropoli degradata a carcere, un tessuto metropolitano devastato dalla violenza, in cui dall’esterno le forze del capitale non intervengono, favorendo la scadimento del conflitto sociale in frattura insanabile ed in ultimo a criminalità disumanizzante. In Matrix il percorso è compiuto: ad un abitare materiale si è sostituito il più radicalmente possibile un abitare virtuale; il conflitto è tutto nella manipolazione dell’informazione ed il capitale manifesta la propria teologia nell’immaterialità di un controllo funzionale che ha oltrepassato ed asservito lo stesso piano dell’appartenenza biologica umana.
La metropoli ha introiettato il concetto di performanza nel suo corpo (sino, oseremmo dire, a farlo scomparire dall’orizzonte emotivo collettivo). In altre parole ha rinunciato a dare una forma prestabilita alle relazioni sociali; la metropoli oggi sedimenta e manifesta le funzioni del capitale. La sua performatività non è dell’ordine dell’efficacia, o per lo meno non di quella che la vecchia politica dialettica intendeva come tale. In questo Foucault, ricostruendo la storia di carceri e cliniche, ha perfettamente descritto come il concetto di funzione possa essere del tutto parallelo ed anzi prevalente rispetto a quello di efficacia, che ancora sottindente o presuppone un ordine escatologico, un finalismo storico, condivisibile o no. L’estetica è il vettore di questa performatività inefficace ed espressiva.
Vaste porzioni dell’interazione sociale legata al politico ed alla giustizia, ad esempio, come larghissima parte di tutti i settori della cultura in senso lato, passano dal dominio dell’etica a quello dell’estetica. Questa è una delle cifre del movimento da una postmodernità aurorale ad un postmodernità matura: l’estensione dell’estetica come dominio non solo della fruizione, ma anche dell’organizzazione di concetti complessi a partire dalla percezione come base fenomenica di massa. La diffusione di questa paideia sociale – il cui esercizio si svolge attraverso le merci, i linguaggi pubblicitari ed il circuito informativo nel suo complesso – determina la possi bilità di un nuovo statuto della vita metropolitana, plasmato sui comportamenti, le norme e gli immaginari di mercato. La crescita delle metropoli, forgiata dunque dagli stili e dagli usi della vita collettiva e dall’azione del capitale su queste stesse forme di vita e sull’immaginario ad esse relativo, è progressivamente passata nel campo delle funzioni del capitale. Non a caso, quindi, il consumo di merci e beni è il più potente veicolo di funzionalizzazione del tessuto metropolitano.
Il consumo, in quanto attività estesa e metalinguaggio globale, non è solo un aspetto meramente economico, ma si traduce in comportamenti, usi, abitudini ed interazioni, connotati sia economicamente che socialmente, sia in relazione alla fisicità di elementi materiali che all’immaterialità, al movimento come alla sua assenza od alla stasi. Il consumo determina l’arredo urbano, gli orari di apertura e chiusura di uffici, scuole, negozi, trasporti, ecc.; determina l’illuminazione notturna, la ristrutturazione e la speculazione edilizia, la degradazione dei centri abitativi a sfavore di quelli strettamente legati al consumo (vie del centro in Europa, centri commerciali, mall, multisale, luoghi d’intrattenimento, ecc.); determina la nascita dei quartieri residenziali; nella versione più estrema porta alla creazione dei cosiddetti Common interest settelment, i Cid, che riproducono una tradizione antichissima di separazione urbanistica (le acropoli, le città proibite, i recinti sacri, le residenze principesche, ecc.) ma in una struttura sociale mondanizzata, in cui l’unica teologia possibile è quella del capitale e gli apparati di controllo sono una manifestazione del potere che amministra i riti e le credenze relative a questa teologia e proteggono/recludono, come i carceri e le cliniche appunto, i suoi officianti, consapevoli o meno, ripagandoli con il sentimento della sicurezza, ovvero la sublimazione capitalistica della segregazione; fa scaturire dalla deterritorializzazione fisica ed immaginaria della metropoli nuovi ghetti in cui le stesse infrastrutture allestite per favorire lo sviluppo del consumo di merci possono fungere da elementi reclusori (autostrade, svincoli, ferrovie, mancanza di trasporti e di connettività fognaria, elettrica, telefonica, ecc.).
Oggi l’estetica ha raggiunto una tale rilevanza all’interno delle pratiche di consumo, da rappresentare proprio uno dei veicoli attraverso cui questo declina un aspetto particolare della riduzione della metropoli a funzione. La pubblicità, il marketing e tutte le scienze che cercano di studiare l’essere umano in quanto homo consumus, si basano proprio sul presupposto che il piacere (non importa se perverso) sia un potente motore economico e che l’estetica sia il terreno dell’addomesticamento del gusto e dell’educazione di massa. Su questa direttrice d’azione, peraltro non nuova e già ampiamente investigata da Alberto Abruzzese, oggi assistiamo però ad un azione così potente e così estesa e profonda come mai era stata prima, che intacca prepotentemente perfino la dimensione dell’identità individuale, attraverso l’affermazione del postumano come orizzonte dell’esperienza e della spendibilità sociale del corpo.
La scomparsa della metropoli come forma, d’altra parte, non significa la fine delle forme d’interazione sociali che si sono sviluppate su sul panorama urbano. Probabilmente le pratiche del consumo hanno in qualche modo come sciolto le pratiche sociali legate alla costruzione del politico come lo si intendeva nella modernità. Ci si affanna ancora a segnalare le scomparse avvenute all’avvento della postmodernità, mentre oggi occorre confrontarsi con la progressiva affermazione di modi di vita e di funzioni sociali che prima non si davano se non in misura embrionale. Si pensi ad esempio alla progressiva affermazione di percorsi identitari individuali e collettivi che si incanalano nelle attività di consumo identitario di beni e servizi, ovvero all’allestimento di vite ed identità “pret a porter”. La stessa metropoli pubblicitaria, una forma complessa di “pret a porterâ€? urbanistico, declinata sulle modalità dell’esposizione prima e dell’informazione poi, allestisce la merce come veicolo di relazione e di attrazione sociale. Gli spazi, così, sono subordinati all’accesso ai beni ed ai servizi, materiali ed immateriali. L’uso della metropoli tende a fondersi sempre di più con il suo consumo, allo stesso tempo motore di piacere e di desiderio. Un ruolo collaterale nel sollecitare queste modalità, lo svolgono anche le tecnologie legate alla rete ed alla virtualità, che contribuiscono a diffondere una percezione della metropoli come interconnessione planetaria ed allo stesso tempo luogo immateriale, aperto al gioco dei segni, disponibile ad essere riallestito a partire da un’interazione simbolica che scorre fuori dall’alveo secco della dialettica. Il ruolo delle strade e degli edifici, fantasmagoricamente diviene quello di una specie di fondale tridimensionale.
Come la comunicazione broadcasting è divenuta, sotto l’impulso del capitale pubblicitario e dell’organizzazione conseguente dei programmi, comunicazione di flusso, facendo saltare i palinsesti, allo stesso modo la metropoli diviene un flusso informazionale, coerente nei suoi assunti fondativi con la teologia del capitale. Il consumo, di là dalla dimensione economica della transazione e del possesso, diviene la rappresentazione del potere deterritorializzante del capitale sul tessuto metropolitano, ridotto a supporto, a palcoscenico funzionale a questa dinamica. I livelli di complessità di questo processo sono enormi e non univoci in relazione agli spazi di libertà esperibili e sperimentabili, sebbene questi rimangano subordinati al mainframe economico.
Questa deterritorializzazione, però, non avviene solo attraverso l’economia in quanto estrinsecazione dei presupposti esistenziali del capitalismo, bensì anche attraverso il linguaggio che si costituisce mediante l’interazione tra persone e beni e tra beni e beni. Questo particolare tipo di linguaggio, sedimentato ed articolato, si è potuto sviluppare proprio perché l’interazione sociale e quella comunicazionale in senso lato, attraverso tutti i complessi processi d’investimento libidico verso il mondo delle merci ed allo stesso tempo nel radicarsi di pratiche di tipo feticistico, si sono intrecciate in maniera inestricabile con la costruzione identitaria, l’immagine socialmente spendibile degli attori sociali ed in ultima analisi hanno finito col costituire dei percorsi formativi tipizzati. Questa tipizzazione generale investe le relazioni tra individui, quelle tra individui e merci ed anche quella tra oggetti di consumo ed altri oggetti di consumo. Ecco quindi che il consumo, di là dalla sua accezione base di ‘logorio’, con un capovolgimento che ricorda tanto quello delineato da McLuhan, diviene linguaggio e veicolo di costruzione sociale. Diviene il principale agente di quel vento fenomenico funzionalista che ha modificato la dimensione percettiva e relazionale della metropoli. Questa non è più la materia che incanala in delle forme queste interazioni; se le Grandi esposizioni Universali rappresentavano, allo stesso tempo, l’estremo tentativo della civiltà urbana d’imprimere una forma ad un processo collettivo di modificazione dei rapporti sociali e delle forme estetiche ad essi correlate, ed allo stesso tempo sancivano la categoria dell’effimero come affermazione ellittica della performanza del tessuto urbano e del suo piegarsi alle logiche del mercato (e quindi della fruibilità economica ed emotiva), la rete è il suggello a questa dinamica di smaterializzazione, funzionalizzazione e performanza, in base alle quali il tessuto metropolitano si riconfigura come informazionale e non più relazionale.
I piani su cui si sviluppa la metropoli, dunque, vengono assimilati al linguaggio del consumo ed alla sua dinamica, intrinsecamente connessa alla teologia del capitale, ma allo stesso tempo in grado di sollecitare, proprio per la sua attinenza al piano dell’identità e dell’emotività, la creazione di spazi di mediazione e di riconfigurazione dell’ambito del politico, così come aree del comportamento e del conflitto sociale che si servono dei residuati della modernità per affermare spazi ed attività esterni alla pervasività della deterritorializzazione. Si tratta di movimenti differenti dalle riterritorializzazioni fantasmatiche, così come illustrate da Deleuze e Guattari, perché non rifiutano la civiltà dei consumi, ma la usano riproducendo i meccanismi aggregativi tipici del capitale, ma sovvertendone il piano della teleologia. Mentre infatti il capitalismo, l’ultima grande narrazione collettiva sopravvissuta nella società del tramonto dopo la morte del cristianesimo ed il fallimento del comunismo, nutre la propria pervasività proprio della mancanza di un finalismo collettivo, riducendo l’orizzonte del possibile al profitto, questi processi di riconfigurazione del paradigma sociale e politico della metropoli innestano potenti dinamiche libidiche slegate dal consumo in quanto linguaggio altrimenti asservito alla transazione economica, utilizzando modalità organizzative altrimenti assimilabili a quelle di mercato, senza voler affermare alcun finalismo. I rave, ad esempio, salvano dalla scomparsa, in quanto forme d’interazione sociale, i resti del territorio metropolitano come vecchi quartieri industriali, fabbricati abbandonami, aree dismesse o devastate dalla speculazione edilizia, spiazzi interstiziali a metà tra discariche (il vero sintomo metropolitano della sottrazione di spazio e della suppurazione del disagio in concrezioni materiali) e terreni abbandonati.
Da un lato dinamiche disgreganti e parcellizanti, in cui l’individuo scompare nella metropoli informazionale e pubblicitaria, riducendo lo statuto di cittadino a quello di consumatore ed utente, dall’altro dinamiche aggregative, che sempre attraverso il consumo, tendono però a far prevalere l’aspetto relazionale su quello funzionale.
Attualmente lo scenario metropolitano è allestito su diversi piani: esplosione dell’abusivismo e dell’autocostruzione, estensione uni/in-forme della periferia come luogo sintomatico della perdita di forma dello spazio, innervatura tra tecnologie telematiche, dimensione intima ed economico-finanziaria (nasce qui, in parte, forse, una forma tutta nuova di spiritualismo, all’incrocio tra individualità, ipercomplessità economica e virtualità?). L’evoluzione della metropoli procede dunque da un modello di forma a quello d’evoluzione (con tutto il conseguente bagaglio di pervasività e tentativo di riarticolazione delle dinamiche del conflitto e del controllo), divenendo sistema informazionale, manifestazione funzionale alla teologia del capitale.
Dove è possibile, sotto le spoglie della speculazione edilizia, la semiosi del capitale riconfigura le aree urbane con nuovi edifici, oppure rende l’edificazione selvaggia ed informe. La speculazione edilizia e l’abusivismo sono due facce delle dinamiche di riduzione del tessuto urbano a liscia superficie per l’interazione di merci e servizi con l’uomo consumatore. Nel caso della speculazione edilizia attraverso l’asservimento dello spazio a funzione (centri commerciali, centri direzionali, zone residenziali private, ecc.), in quello dell’abusivismo e del degrado attraverso la privazione delle forme. In entrambe i casi si assiste alla scomparsa della città come luogo di mediazione e di conflitto sedimentabili. Da un lato le downtown militarizzate, supersorvegliate, ricche e sfavillanti, del tutto funzionali alle logiche di mercato e di consumo, dall’altra sconfinate periferie, fatte di sottrazione dello spazio in quanto forma articolabile, in cui bidonville, favelas, slums, ecc. dicono l’irrazionalità di un abitare in cui il nesso fra società, politica e metropoli è saltato. Tutte e due queste dinamiche planetarie di metropolizzazione parlano di mancanza di forme come sedimentazioni da un lato e della presenza di dinamiche funzionalizzanti in cui agli edifici è demandata solo una performatività pari all’investimento economico ed emotivo con i quali sono stati edificati. Il contesto, ciò che in un tessuto urbano teneva l’insieme e gli permetteva di assumere determinate conformazioni, tende a scomparire a favore di forme di connessione immateriali, legate ai comportamenti di consumo o alla circolazione delle informazione sui circuiti telematici e di rete.

December 5, 2005

Controinformazione: miniguida per non essere denunciati

Filed under: logica — pankh @ 11:12 am

Come possono trattare questioni spinose come la guerra, i piani di riarmo o la disobbedienza civile senza essere denunciati o citati per danni?
Crescendo la diffusione di Internet cresce parallelamente il contenzioso legale.
Il fatto che Internet venga letta quanto – se non più – dei giornali rende altamente possibile il rischio di essere citati in giudizio per “dannoâ€?: “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il dannoâ€? (art.2043 del Codice Civile).
E la quantificazione del danno tende a crescere appunto con il crescere della quantità di utenti che con Internet vengono informati.
Vi sono poi i “reati contro l’onoreâ€? come l’ingiuria e la diffamazione (elencati dagli articoli 594-595-596-597-598-599 del Codice Penale): l’ingiuria è l’offesa all’onore e al decoro di una persona presente (ad esempio ad un partecipante di una lista di discussione) e comporta la reclusione da 2 a 6 anni; se la persona offesa è assente allora scatta il reato di “diffamazioneâ€? (art 595 c.p. comunicazione con più persone in assenza del soggetto passivo, reclusione fino ad un anno oppure multa fino a 2 milioni di lire) su querela della persona offesa, che diviene “aggravataâ€? se il fatto è commesso a mezzo stampa o con altro mezzo di pubblicità.
Non vanno dimenticati – per quanto alcuni siano grotteschi reati ereditati dal passato fascita – i “reati contro lo Statoâ€?:
- eccitamento al dispregio e vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti dell´autorità (reclusione fino ad un anno oppure multa fino a 400 mila lire)
- vilipendio delle Forze Armate, della nazione italiana, della bandiera o di altro emblema dello Stato (reclusione da uno a tre anni)
- istigazione di militari a disobbedire alle leggi (reclusione da uno a tre anni)
- disfattismo politico in tempo di guerra (l´art.265 del Codice penale punisce con la reclusione fino a 15 anni e diventa ergastolo “se il compevole ha agito in seguito a intelligenze col nemico�)
- propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale (ma la reclusione da sei mesi a due anni finalizzata a “distruggere o deprimere il sentimento nazionale� e´ stata dichiarata illegittima con sentenza 87/1966 della Corte Costituzionale)
- offesa all’onore dei Capi di Stati esteri e contro i rappresentanti di Stati esteri (reclusione da uno a tre anni)
- pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l´ordine pubblico (arresto fino a 3 mesi oppure ammnda fino a 600 mila lire)
- procurato allarme presso l´autorità (arresto fino a 6 mesi oppure ammenda da 20 mila a 1 milione di lire)
Questi ultimi reati vogliono punire gli “allarmistiâ€?…
E´ bene sapere che, quando vengono diffusi messaggi o foto relativi a questioni militari (siti militari, armi dislocate, installazioni), essi sono ancora soggette ad un regio decreto del 1941; vi sono perciò norme per reprimere i seguenti reati:
- rivelazione di documenti segreti (reclusione fino a 3 anni oppure multa da 200 mila a 2 milioni di lire)
- agevolazione colposa nello spionaggio (reclusione da 1 a 5 anni)
- rivelazione di segreti di Stato (reclusione non inferiore a 5 anni)
- procacciamento di notizie sulla sicurezza dello Stato (reclusione da 3 a 10 anni)
- spionaggio politico o militare (reclusione non inferiore a 15 anni)
E´ bene sapere che messaggi relativi alla “disobbedienza civile�, una pratica sociale ereditata anche dalle tradizionali lotte nonviolente di Gandhgi e Martin Luther King, possono incappare (se scritti senza le opportune cautele) nei seguenti reati:
- istigazione a commettere contravvenzioni (reclusione fino a 1 anno oppure multa fino a 400 mila lire)
- istigazione a commettere delitti (reclusione da 1 a 5 anni)
- apologia di delitti (reclusione da 1 a 12 anni)
E´ bene anche aver presente i seguenti reati associativi:
- associazioni antinazionali (reclusione da 6 mesi a 3 anni)
- associazione sovversiva (reclusione da 5 a 12 anni)
- associazione segreta (reclusione da 1 a 5 anni)
- organizzazione di associazione con finalità di terrorismo o di eversione (reclusione da 7 a 15 anni)
Vi sono anche i “reati contro la religione�, anche se oggi sembrano ormai molto lontani i tempi dello scontro di religione:
- vilipendio della religione (reclusione fino a 2 anni)
- offesa alla religione mediante vilipendio delle cose (reclusione da 1 a 3 anni)
- offesa alla religione mediante vilipendio di persone (reclusione fino a 2 anni)
Chi inserisce messaggi su questioni delicate, spinose, controverse, ecc. che potrebbero essere soggetti a querele o citazioni per danni, e´ bene che conservi (a volte per anni) le fonti e che le citi nel messaggio.
Bisogna stare però attenti a raccontare – pur disponendo della fonte – anche cose di cui non è del tutto certa la verità e in tal caso è buona norma usare il condizionale; ad esempio: “Tizio sarebbe coinvolto nel tal fatto, secondo quanto ha scritto Caio nel Corriere del Pomeriggio del 12/1/1993â€?. In tal caso e´ opportuno conservare il ritaglio di giornale con la data e la fonte in una cartellina nella propria biblioteca (se il giornale non e´ reperibile con facilità).
Se la notizia “incerta” è presa da un sito Internet occorrerebbe avere testimoni nel caso in cui quella pagine web “sparisse”.
Se si registra un´intervista e la si trascrive, occorre sapere che anche la semplice trascrizione e diffusione via Internet di frasi “diffamatorie� può far scattare la querela di parte nei confronti “anche� di chi ha scritto (e non “solo� di chi ha detto). Che fare in simili casi? Censurare o obbedire al diritto di cronaca e di informazione? Un espediente è quello di riportare “con distacco� e prendendo formalmente le distanze. Ad esempio Tizio dice: “Ho visto Caio che stava rubando�. In tal caso occorre che l´intervistatore dica cose del tipo: “Lei sta facendo delle gravi affermazioni, si spieghi meglio�. Insomma occorre che l´intervistatore non sia scambiato per un “amplificatore� dell´intervistato e che usi tutte le cautele per prendere le distanze (non per condannare). L´intervistatore può aggiungere in coda delle righe che spieghino che l´intervistatore, pur non condividendo necessariamente le parole dell´intervistato, ha sentito il dovere morale o civile di riportarle, chiedendo magari anche a Caio un´intervista.
E´ bene sapere che – anche se Tizio ha rubato ed e´ stato condannato per tale reato – si può essere egualmente condannati per diffamazione scrivendo: “Tizio e´ un ladroâ€?. Occorre scrivere: “Tizio e´ stato condannato per… ecc. ecc.â€?
La querela per diffamazione può scattare anche se si scrive “Tizio non conosce la Costituzioneâ€? e poi si scopre che… Tizio e´ un avvocato o un magistrato; se invece Tizio e´ un insegnante di letteratura le cose cambiano ed egli puo´ querelare se si scrive: “Tizio non conosce la Divina Commediaâ€?.
Va detto che per evitare le querele non vi sono regole fisse e che occorre regolarsi caso per caso sulla base di principi generali, tenendo ben presente che a volte una querela dipende da una singola parola (un aggettivo azzardato o un verbo all´indicativo anziché al condizionale).
Va però aggiunto anche che la Corte di Cassazione in data 18 ottobre 1984 ha approvato una dettagliata sentenza di 35 pagine sulla libertà di stampa e quindi sul diritto di critica, in cui vengono codificati i criteri che i giornalisti devono rispettare per non incorrere nei rigori della legge (si veda a pagina 1020 del libro di Franco Abruzzo “Codice dell´Informazione� edito dal Centro di Documentazione Giornalistica).
E´ una sentenza che appare abbastanza restrittiva e sancisce ad esempio che nel campo dell´informazione:
- vi puo´ essere un illecito civile anche in assenza di un illecito penale;
- la verita´ dei fatti non e´ rispettata se e´ “mezza verita´�, o verita´ incompleta e che in tal caso la “mezza verita´� puo´ essere equiparata alla notizia falsa;
- il giornalista non deve ricorrere ad “insinuare� attraverso l´uso delle virgolette (è il “sottinteso sapiente�, tale da far leggere fra le righe una verita´ non detta del tutto);
- non bisogna ricorrere a “accostamenti suggestionanti� (ad esempio scrivere di una persona che si vuol mettre in cattiva luce e scrivere nella frase successiva “il furto e´ sempre da condannare�);
- non bisogna usare insinuazioni con la tecnica di frasi del tipo “non si puo´ escludere che…â€? in assenza di alcun serio indizio;
- e´ offesa anche il ricorso a toni sproporzionatamente scandalizzati o sdegnati, specie nei titoli.
Questa sentenza è stata cosi´ commentata da Miriam Mafai (allora presidente del sindacato dei giornalisti): “L´unico giornale possibile, secondo la Cassazione, e´ la Gazzetta Ufficiale�.
Un´altra sentenza del 23 ottobre 1984 delle sezioni unite penali della Cassazione stabilisce che non esistono “fonti informative privilegiateâ€? e che e´ dovere del cronista esaminare, controllare e verificare i fatti oggetto della sua narrazione. In teoria un giornalista potrebbe venire querelato per diffamazione per aver riportato – senza opportuna verifica – un comunicato delle forze dell´ordine che – pur effettivamente emesso da fonte istituzionale “certaâ€? – si rivelasse poi “non veritieroâ€? e lesivo di altrui diritti.
E´ complesso discutere se, o in che misura, l´informazione diffusa via Internet sia assimilabile all´informazione giornalistica e sia assoggettabile a tale sentenza. In ogni caso, a scopo di cautela, occorre attenersi ad una condotta che contempli un minimo verifica delle fonti nei casi dubbi.
Tutte queste informazioni, norme e cautele non vogliono scoraggiare assolutamente chi scrive su Internet: la verità e la libertà di informazione non vanno assolutamente scoraggiate; i riferimenti normativi, pur nelle loro a volte eccessive rigidità, vanno tenuti presenti non al fine di non informare ma al fine di informare con l´avvedutezza necessaria a schivare eventuali querele e citazioni in giudizio.
Il principio che ogni persona abbia “diritto alla liberta´ di espressione e che questo diritto comprenda la liberta´ di opinione e la liberta´ di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere interferenza di pubbliche autorita� e´ sancito dall´articolo 19 del Patto Internazionale di New York sui diritti civili e politici (divenuto legge dello Stato italiano del 25/10/1977 n.881) il quale sancisce: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione; tale diritto comprende la liberta´ di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, senza riguardo a frontiere, oralmente, per iscritto, attraverso la stampa, in forma artistica o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta�.
Alessandro Marescotti

Da www.peacelink.it

December 2, 2005

onore e gloria a rekombinant e alla sua lista

Filed under: logica — pankh @ 6:17 pm

ipotesi?
è la fine del Personal Computer come dispositivo general pourpose, è la fine
dell’ Internet come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 10 anni ed è il
preludio alla cancellazione del diritto alla proprietà dei beni. Sì, le
multinazionali hanno stabilito finalmente che la proprietà privata è un
furto, o meglio che non sarà più consentito a tutti di “comprare” una merce,
ma il possesso sarà una prerogativa di pochi (di una classe a cui si
accederà per… nascita?).
La giustificazione è rendere l’uso del Personal Computer più sicuro,
eliminare i virus, lo spam e garantire il copyright.
Prima falsità: il Trusted Computing non eliminerà i virus, che saranno i
primi spezzoni di codice capaci di aggirare Palladium (o come si chiama
adesso)
Seconda falsità: le multinazionali dell’immateriale affermano di perdere
migliaia di milioni di dollari per colpa della pirateria, e che il diritto
di copia sta rischiando di distruggere la creatività umana. Ma questo *non è
vero*. Quello che vogliono è difendere e perpetuare la propria esistenza nel
momento in cui sono diventate obsolete, e intendono farlo imponendo un
controllo totale sui contenuti di ogni singolo Personal Computer e della
Rete basato su una tecnologia creata, sperimentata e già in uso nei sistemi
bellici. Come nell’URSS le fotocopiatrici erano piantonate da guardie del
KGB, i PC saranno sorvegliati da un sistema di criptazione in tempo reale
che consentirà alle multinazionali di modificare il software di base, i
programmi e i dati senza che le chiavi dei codici siano in possesso
dell’utente. Il concetto nuovo è che il PC non è “tuo”, i programmi non sono
“tuoi”, i testi, la musica, le immagini non sono “tue”. anche se tutte
queste cose le hai pagate. Come l’incauto acquirente di griffe contraffatte
viene multato salatamente (ecco come trasformare un bene materiale in merce
modificarlo per fargli fare le cose che vuole lui.
In breve tempo il PC diventerà come un televisore (sarà inglobato nel
televisore, per la precisione), e Internet diventerà una Rete delle Reti…
televisive!
Ogni contenuto sarà ricondotto alla legge del mercato. Solo ciò che sarà
vantaggioso per le multinazionali, “quello che vende” resterà, il resto non
potrà più essere nè conservato nè tramandato.
Restare fuori da Palladium? Certo, sarà possibile, per un po\’, ma un PC
“Untrusted” sarà immediatamente riconosciuto come tale non appena accederà
alla Rete, non potrà eseguire applicazioni “trusted” e non potrà entrare nei
siti Internet “sicuri”. E viceversa. Si creerà un ghetto “untrusted” che
ogni giorno diventerà più piccolo e più povero, mentre negli USA ci sono già
proposte di legge per vietare l\’accesso a Internet ai “vecchi” PC (meglio
fissare le regole di una tecnologia quando questa non c\’è ancora, così meno
gente se ne accorge!)
I computer sicuri verranno venduti belli e pronti (lo sono già), e tutti li
compreranno senza aver nemmeno la più lontana idea di quel che sta
succedendo. Nessun boicottaggio funzionerà.
Di fronte a quella che si presenta come la Soluzione Finale per consegnare
per sempre la conoscenza a un gruppo di corporation e di governi, è urgente
e necessaria una nuova formulazione dei Diritti dell\’Uomo
Trusted Computing: presto su milioni di PC

News.com <http://News.com> ha pubblicato la
notizia<“,1] ); //–>immateriale: imponendoci un marchio), così l’utilizzatore di un PC non può
modificarlo per fargli fare le cose che vuole lui.
In breve tempo il PC diventerà come un televisore (sarà inglobato nel
televisore, per la precisione), e Internet diventerà una Rete delle Reti…
televisive!
Ogni contenuto sarà ricondotto alla legge del mercato. Solo ciò che sarà
vantaggioso per le multinazionali, “quello che vende” resterà, il resto non
potrà più essere nè conservato nè tramandato.
Restare fuori da Palladium? Certo, sarà possibile, per un po’, ma un PC
“Untrusted” sarà immediatamente riconosciuto come tale non appena accederà
alla Rete, non potrà eseguire applicazioni “trusted” e non potrà entrare nei
siti Internet “sicuri”. E viceversa. Si creerà un ghetto “untrusted” che
ogni giorno diventerà più piccolo e più povero, mentre negli USA ci sono già
proposte di legge per vietare l’accesso a Internet ai “vecchi” PC (meglio
fissare le regole di una tecnologia quando questa non c’è ancora, così meno
gente se ne accorge!)
I computer sicuri verranno venduti belli e pronti (lo sono già), e tutti li
compreranno senza aver nemmeno la più lontana idea di quel che sta
succedendo. Nessun boicottaggio funzionerà.
Di fronte a quella che si presenta come la Soluzione Finale per consegnare
per sempre la conoscenza a un gruppo di corporation e di governi, è urgente
e necessaria una nuova formulazione dei Diritti dell’Uomo
Trusted Computing: presto su milioni di PC

News.com http://News.com> ha pubblicato la
notizia+security+sneaks+into+PCs/2100-7355_3-5619035.html?tag\u003dcd.lede>secondo
cui tre dei maggiori produttori di PC – ovvero Dell, IBM e HP -
hanno iniziato a inserire l\’hardware necessario al *Trusted Computing* nelle
loro nuove macchine.

Attualmente il sistema, che anni fa Microsoft chiamava *Palladium*, non è
ancora pronto per il lancio pubblico. Tuttavia affinché questo avvenga è
importante che al momento dell\’attivazione ci sia già un consistente numero
di computer adatti a usufruirne. Da qui la mossa dei tre produttori, ai
quali in futuro se ne affiancheranno sicuramente altri.

Il Trusted Computing è una tecnologia controversa, spinta da molti
produttori hardware e software – nonché da diverse lobby nei governi
occidentali – ma che gran parte delle associazioni di utenti vede come fumo
negli occhi.

http://www.complessita.it/tcpa/

https://www.trustedcomputinggroup.org/home

http://www.no1984.org/

decrescita

Filed under: logica — pankh @ 5:28 pm

manifesto del doposviluppo.pdf

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